L’industria italiana torna a produrre “in casa”

Al centro dell’Assemblea Annuale di Anie Confindustria, cui fanno parte anche le aziende produttrici di elettrodomestici, c’è stato il tema del back reshoring, cioè il rientro in patria delle produzioni precedentemente delocalizzate all’estero. L’analisi di questo fenomeno, che sta assumendo proporzioni sempre più sensibili, è stata affidata a uno studio realizzato dalla federazione con il contributo di Luciano Fratocchi, professore di Ingegneria economico-gestionale presso l’Università dell’Aquila e portavoce del gruppo di ricerca italiano Uni-Club MoRe Back Reshoring. Secondo lo studio, presentato durante l’assemblea tenutasi questa settimana a Milano, l’Italia è il secondo Paese al mondo per rimpatri produttivi, secondo solo agli Stati Uniti e primo in Europa. Le industrie dei settori appartenenti ad Anie rappresentano il 20% del totale del fenomeno di back reshoring, e sono precedute solo da abbigliamento e calzature. Se negli anni passati tali aziende avevano scelto la delocalizzazione per essere più vicine ai mercati di destinazione, per i minori costi produttivi e per la presenza di regimi fiscali agevolati, ora invece hanno deciso di far rientrare le fabbriche in Italia per avere un maggiore controllo della qualità della produzione, per essere più vicini ai centri di Ricerca & Sviluppo e per i costi di logistica. L’analisi mostra infine che molte più industrie sarebbero disposte a riportare la produzione in Italia a fronte di una riduzione del cuneo fiscale, di una semplificazione della burocrazia e di una detassazione degli utili in Ricerca & Sviluppo. Ha confermato infatti Claudio Andrea Gemme, presidente di Anie: “il nostro studio dice che tornare a produrre in Italia non è utopistico. Qualcuno ha già iniziato a farlo e altri lo farebbero se si creassero le condizioni per poter lavorare”.

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